di DILETTA ALESE* e GIULIO SAPUTO* – Sono usciti il 6 luglio scorso i dati della Commissione, voluta dalla Presidenza della Camera dei Deputati, intitolata alla Parlamentare inglese Jo Cox “sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio”. La Commissione ha previsto il lavoro di una rappresentanza di tutti i principali partiti e numerose associazioni della società civile, oltre alcuni tecnici, come il defunto professore Tullio De Mauro.

Nonostante le percentuali sconvolgenti che emergono dai lavori, come ci si poteva aspettare, i risultati non hanno fatto notizia. I messaggi più seguiti quest’estate sono stati gli annunci di Salvini di “affondare” le imbarcazioni delle ONG, i proclami di taluni sindaci del PD di “sovra-tassare” chi ospita migranti o i numerosi attacchi a tutte le associazioni non governative che non firmeranno il codice di condotta italiano per le operazioni di soccorso in mare.

Parliamoci chiaro, dietro una forma di «realismo politico» nella dialettica pubblica, mutuata dai social network, stiamo ammettendo sempre più spesso una certa preferenza verso una piena violazione dei diritti umani rispetto ai costi dell’accoglienza indipendentemente dal loro peso reale. Se fate un rapido scorrimento online dei commenti ad un qualsiasi articolo riguardo questo argomento, il capro espiatorio individuato per ogni problematica è sempre e solo uno nell’immaginario popolare viziata da un pesante analfabetismo funzionale e da una certa informazione deviata: l’immigrato. Il consolidamento di un approccio emergenziale e securitario ha contribuito fortemente a “performare” il senso comune della fittizia contrapposizione tra migrante e autoctono (Ciniero), con la rappresentazione del primo come una non-persona (Dal Lago), a cui non spetta protezione, dignità o banalmente diritto di sopravvivere. Inoltre l’attenzione mediatica e politica è focalizzata perlopiù sugli scafisti, considerati come la primissima causa delle migrazioni, provocando una totale deresponsabilizzazione sulle reali e profonde cause del fenomeno (Dal Lago) e quindi rendendo non necessaria qualsiasi analisi di lungo periodo nell’opinione pubblica.

Parallelamente, il ruolo del confine come luogo di contrattazione politica, economica, religiosa, culturale è diventato ancora più evidente. Questo dispositivo, così interpretato, garantisce migliaia di braccia a bassissimo costo prive di diritti (Mezzadra, Neilson) poiché tutto quello che dagli stati è rigettato come ingestibile o incomprensibile, finisce con grande facilità nelle trame sommerse della criminalità organizzata: prostituzione minorile e non, caporalato e tratta ne sono le più evidenti espressioni.

Quello che è in atto è, a tutti gli effetti, un tentativo di criminalizzare e ostracizzare la base della solidarietà umanitaria. Sta diventando “normale” dire che la conseguenza accettabile per determinate politiche è la morte, la tortura, la violenza su un insieme circoscritto di persone. La cosa ancora più inquietante, che crea dei parallelismi con un recente passato, è che ormai stiamo passando dalla propaganda dei media e dei social alle prese di posizione istituzionali.

Ma come siamo arrivati a tutto questo e quali sono stati i passaggi che hanno reso legittima la criminalizzazione dell’umanitarismo? È possibile individuare diversi livelli di responsabilità ed è necessario, tentare di decostruirli.

Crisi di civiltà, memoria e democrazia

Non ce ne stiamo accorgendo, ma abbiamo davanti agli occhi ogni giorno la morte della civiltà europea. Diciamo questo perché evidentemente né l’Europa e né gli europei rispettano più l’immagine e la narrazione che si sono fatti di sé. Stiamo diventando qualcosa di diverso. La costruzione e l’idea d’Europa rappresentavano la reazione alla degenerazione dei nazionalismi, «l’unità nella diversità» di un continente come esempio e promessa di pace per il mondo. Essere antifascisti e antirazzisti non era, e non può essere oggi, una questione di destra o di sinistra. Allora cosa ci è successo?

Stiamo costruendo una “nuova” Europa sui cadaveri di migliaia di morti ai nostri confini, ribaltando l’inventario ideologico che la Resistenza aveva posto a fondamento del processo di integrazione, e stiamo perdendo la possibilità di avverare quello che secoli di storia e due guerre mondiali ci avevano insegnato: la difesa dei diritti umani, la tutela dell’individuo, l’istituzionalizzazione dei conflitti e la responsabilità delle scelte politiche attraverso la democrazia.

Parafrasando Toynbee, possiamo dire che la nostra civiltà è in crisi perché non riesce a rispondere alle esigenze di un «proletariato interno» e del «proletariato esterno» generate e poste in moto anche dai meccanismi di una globalizzazione senza governo. Difatti, se prendiamo come esempi la stessa crisi economica o l’incapacità di governare i flussi migratori, scopriamo immediatamente quanto siano entrambe delle questioni strettamente collegate che vanno ben oltre i confini dell’Europa o di un singolo stato membro. Toynbee, superando la classica definizione marxista, aggiungeva che “impoverimento spirituale” e “impoverimento materiale” sarebbero i fattori costitutivi del proletariato: “il vero marchio del proletario non è la povertà né la nascita umile ma la convinzione – il risentimento che questa convinzione ispira – di essere diseredato dal suo posto ancestrale nella società”. Con la crisi economica, la forbice sociale tra ricchi e poveri si è ampliata sempre di più, 1/4 della popolazione europea vive a rischio povertà o esclusione sociale (quasi 120 milioni di persone per Eurostat). Intanto, migliaia di persone continuano a morire per tentare di raggiungere la nostra parte di mondo, perché è qui che esiste anche solo una piccola possibilità di trovare quel “posto ancestrale”.  Oltre a questa doppia disparità economica europea ed extra-europea, dovremmo riflettere sugli scarsi riferimenti ideali esistenti in un mondo come il nostro privo ormai di grandi narrazioni e poggiato su un presentismo portato avanti all’ossessione. Non ci soffermeremo qui sulla crisi delle ideologie (Albertini) o sul deserto post-ideologico (Zizek) in cui siamo costretti a vivere, ma possiamo comprendere agilmente come questo terreno di povertà spirituale ed economica sia fertile per gli estremismi di ogni colore o religione. Continuare ad ignorare e a legittimare l’esistenza di disparità di ricchezza tanto impressionanti sta portando alla formulazione di due mondi paralleli: uno edulcorato, in cui la vita è legittima, e uno immondo, dove non lo è (anche perché non mediatizzato). Da un lato le città e dall’altro le periferie multietniche e “degradate”; da un lato l’Europa civile e dall’altro un mondo di fame e violenza.

A questa crisi «economica e spirituale», aggiungiamo un problema di memoria istituzionale.

Non siamo immuni ai germi del ‘900, eppure lo abbiamo dimenticato in nome di un appiattimento valoriale del passato visto solo come un’epoca di “totalitarismi” contrapposti, di violenze da condannare a prescindere, della mera idealizzazione delle vittime perché gli eroi ci sono sembrati quasi subito troppo scomodi da strumentalizzare dopo l’appropriazione dell’antifascismo da parte del Partito Comunista.

Oggi, per larga parte dei nostri concittadini, non esiste alcuna differenza evidente nel guardare alla storia di un partigiano o di un fascista. Abbiamo talmente alimentato, celebrazione dopo celebrazione, questa retorica «dell’identica condanna degli estremismi passati» sul piano istituzionale, che ormai è comune sentire per strada persone che si definiscono fasciste o che fanno della più becera retorica del “quando c’era lui”. Di chi è la colpa? Per decenni gli stati nazione europei, per ridarsi legittimità, hanno riscritto la storia guardando al secolo “di ferro e fuoco” con una modalità sostanzialmente «retrospettiva», dando un giudizio sopraelevato di condanna unanime e di rigetto su tutto un periodo «che non ci appartiene» (ovviamente si esclude le strumentalizzazioni di alcune parti politiche). Questa ricostruzione rimuove il fatto che quel passato, comunque, ci rappresenta e che le istituzioni liberali, con buona parte dei valori moderati che immaginiamo come eterni, in Europa stavano morendo. Ci sono momenti nella storia in cui il grigio non è un’opzione tra bianco e nero, si deve scegliere. Gli europei che avevano scelto di lottare non erano certo solo comunisti. Erano anche monarchici, liberali, democratici, cristiani, atei, socialisti: erano partigiani e questa scelta costava loro molto più cara della via fascista.

D’altro canto, l’incapacità degli stati nazionali di risolvere i problemi di fondo della politica interna e della politica internazionale, di garantire cioè l’espansione economica e la sicurezza (civile e sociale) dei propri cittadini, ha riaperto gli interrogativi che portarono a quella scelta drammatica.

L’Europa, infatti, non si è ancora davvero unita e rimane tutt’ora in balìa delle degenerazioni politiche che già una volta la portarono alla dittatura. Da quando la Costituzione italiana è entrata in vigore, crediamo di aver messo al sicuro il nostro sistema democratico. Dobbiamo comprendere invece che esso non rappresenta un valore assoluto, ma si tratta di un sistema imperfetto se preso a sé stante: questo avevano compreso le forze antifasciste, cercando di fondare un muro contro la guerra sistemica tra gli stati europei su istituzioni sovranazionali, cioè nell’unico modo possibile di garantire la pace e, a posteriori, anche il governo della globalizzazione.

Stiamo tristemente cadendo in una disaffezione sempre più accentuata verso la politica e in una crisi di fiducia nei riguardi di tutte le istituzioni di rappresentanza. Ciò avviene perché il nostro sistema politico organizzato su base nazionale non è in grado di risolvere i problemi diventati ormai pienamente internazionali: non ne ha gli strumenti. In questo contesto, i veri progressisti sono coloro che si inseriscono nella lotta per completare la Resistenza, dunque per l’elevazione della democrazia sul piano continentale riempiendola così di un nuovo significato.

Purtroppo invece, dalla Spagna alla Germania, passando per l’Italia, stiamo deliberatamente decidendo di mettere tutto su un piano di parità, nella stessa “palude” dove i caduti del passato hanno il medesimo peso e lo stesso colore (Bolis) per salvaguardare una retorica nazionale morente. Se prendete anche il più elementare manuale di antropologia, scoprirete però che Totò nella sua poesia “A livella” ha sempre avuto torto. Non esistono morti uguali, anche nella morte gli esseri umani sono diversi perché quello rappresenta il punto supremo con cui una cultura definisce il suo rapporto con l’assoluto e con la storia. Sebbene il nostro corpo si spenga, continua ad avere una dimensione sociale. Nel momento in cui tutti i morti vengono resi artificialmente uguali, appiattiti nella celebrazione di un passato volutamente rimosso, si cancella la loro memoria storica reale e si lascia spazio alla legittimazione nel presente delle posizioni politiche più assurde. Aver accettato questa identità ha significato il crollo della legittimità politica di un sistema istituzionale e di un insieme di valori usciti vincitori da una guerra solo grazie al sacrificio di migliaia di persone che hanno scelto; e lo hanno fatto in un momento in cui non scegliere significava essere conniventi con la violenza, il razzismo e la dittatura.

Come scrive Adriano Favole, una società simile a quella di Orwell in 1984 che cancelli “ogni traccia di corporeità e di memoria dei defunti al momento della loro morte, rinunciando a includere nella propria forma di umanità il mondo degli antenati e il mondo dei discendenti, potrebbe anche essere perfettamente razionale, ma apparirebbe senza dubbio profondamente disumana.” Su questa base possiamo avanzare un’ultima riflessione riguardo la memoria e la morte nella nostra società che ben si collega ad un altro meccanismo di rimozione. I migranti annegati sulle nostre coste, così come non esistono adesso, non esistevano in quanto uomini prima di annegare. Abbiamo aggiunto un elemento ulteriore a quella zona grigia del nostro appiattimento valoriale: tutti i morti sono uguali, ma alcuni morti, semplicemente, non esistono. In questo modo ci siamo deresponsabilizzati e al contempo ci siamo macchiati della più sanguinosa delle responsabilità.

Dobbiamo chiedere agli europei di tornare a fare le scelte coraggiose del passato, spesso contro un nucleo di persone che influenzano le masse irresponsabilmente o inconsciamente alla violenza e all’odio. Sull’Europa, sui migranti e sulla discriminazione dobbiamo superare la tentazione della “casa in collina” del protagonista del romanzo di Pavese. È su questi punti che si deciderà il futuro della nostra civiltà e della via che vorremo prendere come europei. Una democrazia, senza il potere di incidere sulla società e che non ha memoria è per sua natura fragile, soprattutto in un continente che ha già conosciuto il terrore del fascismo e la crisi del sistema democratico.

Ci troviamo come quell’indiano sui generis in Coda di lupo di De André che riflette, perse le coordinate culturali, ripetendo a sé stesso “con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia, ma colpisco un po’ a casaccio perché non ho più memoria”. Abbiamo perso la bussola, ci sentiamo soli in un mondo globalizzato e guardiamo al ritorno dei nazionalismi con l’impotenza di un’identità europea debole. Non sembra più esserci il tempo per ricordare da cosa ci sia stata una “Liberazione” e contro chi si sia combattuto.

È evidente che la cultura e l’identità stesse sono dimensioni di un problema politico (Levi) e non possono essere comprese se analizzate solo sul fronte della responsabilità individuale: ci troviamo in una società globalizzata con un’economia interdipendente in cui la possibilità dell’individuo di scegliere, di valere qualcosa, è limitata dalla totale assenza di controllo democratico sui mercati o sulle grandi questioni internazionali. In questo senso i cittadini hanno perso progressivamente gli strumenti, prima inquadrati nelle democrazie nazionali e oggi senza corrispettivi, per intervenire sul loro presente e futuro oramai attraversato e condizionato da fenomeni di portata continentale e globale. È necessario inquadrare il deterioramento della partecipazione e dei suoi contenuti nella più grande crisi delle democrazie nazionali, che non forniscono più i mezzi per assicurare una società che sappia, possa e debba scegliere.

In questo senso l’Europa ricopre un ruolo cruciale. Per i numerosi riformatori di destra e di sinistra bloccati nell’ordine dell’esistente, l’Unione europea è passata rapidamente da capro espiatorio a promessa di redenzione contro il ritorno dei sovranismi. Il problema è che se le proposte di avanzamento istituzionale non vengono portate avanti e non si dà l’opportunità di funzionare realmente all’Unione (ben oltre le soluzioni emergenziali e l’intergovernativismo) non possiamo aspettarci grandi risultati. Così facendo stiamo finendo per screditare le istituzioni sovranazionali e per lasciare ogni afflato di trasformazione arginato nel mondo dell’irrealizzabile o dell’utopia in nome di un fantomatico realismo politico.

Consideriamo l’ultimo libro di Andrew Spannaus, il famoso analista che ha previsto l’elezione di Trump. La proposta contenuta in «La rivolta degli elettori: il ritorno dello stato e il futuro dell’Europa» è realmente angosciante perché va esattamente nella direzione del nazionalismo competitivo, senza pensare neanche un istante alle conseguenze di un mondo così articolato. Il problema invece è che la politica, come la democrazia, hanno perso significato sul piano nazionale perché recluse dove non hanno più nessun potere di agire. Che interesse può avere il cittadino a partecipare o a sentirsi rappresentato in un sistema che non funziona, continuamente screditato da poteri che si muovono sul piano internazionale (multinazionali, organizzazioni criminali, ecc)?

Dopo la svolta autoritaria in Ungheria e il tentato colpo di mano in Polonia al momento rimandato in extremis, dovremmo aver capito che la democrazia non può essere considerata solo un insieme di norme statiche e assolute ma un processo e un prodotto storico (Kelsen) in continuo divenire. In Italia in pochi guardano a cosa succede oltralpe e nessuno si sta chiedendo che genere di non-democrazia stanno producendo questi tempi: una società in crisi bloccata in un sistema istituzionale sovranazionale che non funziona. Dovrebbe finire il tempo dei partiti che inseguono l’elettorato sparando al ribasso, svendendo i valori europei e democratici perché costano troppo in punti percentuale. In un mondo in cui siamo bombardati dalle informazioni dobbiamo abituarci a cercare la verità, ad inseguirla anche se non è necessariamente la via più facile, elevandola dalla pozzanghera in cui l’abbiamo reclusa con un sistema di dis-educazione tramite media imbarazzanti, un linguaggio politico degradante e un sistema scolastico in crisi.

Spesso confondiamo la fine delle ideologie e il rifiuto della politica con una forma di saggezza senza tempo (Traverso), ma il presente ci chiede di schierarci e di prendere posizione per cercare di uscire da questa impasse democratica, istituzionale e identitaria. È finita l’ora della palude per chi ha un minimo di senso della responsabilità. Per dirla con le categorie di Braudel, abbiamo il dovere di individuare almeno qualche «ciclo» delle grandi tendenze di “longue durée” sociali, economiche e demografiche con cui si muove la storia.

Per quanto riguarda la nostra società, basti prendere alcuni dati espressi dalla Commissione Jo Cox: un italiano su quattro è convinto che l’omosessualità sia una malattia, a migliaia scendono in piazza contro i vaccini, mentre non si contano più gli episodi di razzismo o di rivalutazione del fascismo. Elevando i social a strumento politico, si è instaurato un sistema di giustificazione incondizionata delle opinioni. Tutto viene automaticamente concesso in considerazione della mera libertà di opinione e di scelta. Dimenticando la lezione di Popper, la conseguenza più tangibile è un appiattimento delle opinioni su uno stesso piano di legittimità; qualsiasi filtro morale, politico e intellettuale viene annullato e quindi tutto diventa ugualmente vero, giusto o ammissibile.

Il caso delle ONG

Un simile appiattimento non è estraneo al dibattito pubblico. L’estremismo di destra della nave C-Star, una nave carica di fascisti che vuole “impedire” gli sbarchi attraverso la sua operazione “Defend Europe”, viene contrapposta sullo stesso piano all’estremismo definito di sinistra della ONG Jugend Rettet. Il risultato immediato è la politicizzazione del diritto a sopravvivere, rendendolo una mera “scelta ideologica” e non un valore consolidato e condiviso.

In ogni caso, le prime risposte della procura sono state chiare, l’articolo 54 del Codice Penale recita: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”. Il pericolo di morte per annegamento o tortura può essere considerato proporzionale al reato? Il reato di cui si parla è peraltro quello di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, già presente nella legge Turco-Napolitano del 1998 e ampiamente confermato nel 2002 in seguito alle modifiche apportate dalla legge Bossi-Fini. Il reato di immigrazione clandestina inoltre, e non solo il favoreggiamento, è materia di discussione tra gli stessi giuristi. Non esistendo un modo “legale” per entrare in Europa e fare richiesta d’asilo, chiunque può essere soggetto all’arbitrarietà di questa norma. La materia principale dell’inchiesta è quindi la definizione di quello “stato di necessità”, problema finora mai sollevato per le ONG. Questo vuol dire che, in fin dei conti, ad essere messa sotto accusa è la possibilità o meno di salvare vite umane, o meglio, entro “quali condizioni” è possibile intervenire per salvarle.

Se da un punto di vista giuridico ideale la distinzione tra profugo, migrante economico e irregolare sembra calzare, dall’altro la realtà è decisamente più complessa. In un rocambolesco ribaltamento, la giustizia può diventare uno strumento di dissuasione, proprio appellandosi a quella differenziazione, verso chi sta cercando di salvare delle vite. Il caso del candidato premio Nobel Don Mussie Zerai è estremamente esplicativo; come riporta lui stesso in merito alla vicenda: «Io non faccio favoreggiamento, io aiuto chi scappa dalle guerre, dalla violenza e dalle torture e lo faccio da vent’anni. Questo è il mio lavoro di uomo e di sacerdote. Che reato è?» «Sono sacerdote e rifugiato, oggetto di calunnie e di una campagna denigratoria. Ero sicuro che prima o poi sarei finito sotto indagine. È paradossale che la solidarietà venga criminalizzata. Italia ed Europa spingono per il blocco delle partenze senza preoccuparsi di quello che succede dopo, migliaia di persone che cercano protezione vengono costrette a stare in centri di detenzione libici dove avvengono abusi quotidiani di cui Italia ed Europa sono complici».

In più, come già accennato nelle nostre introduzioni, gli scafisti (e i migranti) sono di fatto gli unici ad essere arrestati e pubblicamente accusati. I trafficanti, che controllano realmente la tratta e le sue modalità ricavandone i maggiori guadagni sulla pelle di migliaia di persone, rimangono indisturbati nell’organizzazione di questa spirale di violenza. Anche laddove la procura di Catania sia riuscita ad identificare alcuni dei responsabili, in Libia non esistono istituzioni con cui collaborare e nel caso dell’Egitto il governo non ha concesso l’estradizione dei soggetti individuati. Arrivare a colpire i trafficanti significherebbe finalmente riabilitare anche l’immaginario dei migranti, oggetto dei loro soprusi. Gli scafisti rappresentano solo l’ultimo anello della catena; sono dei capri espiatori, sia delle responsabilità dell’occidente sulle migrazioni, sia dei veri carnefici che si trovano sul continente africano e che non possono essere arrestati. Questo conferma ancora una volta la necessità impellente di creare dei canali sicuri di transito; in alternativa, la tratta sarà un passaggio obbligato per altre migliaia di persone.

La giustizia nel quadro internazionale ha quindi dei fortissimi limiti e non può essere l’unica lente in grado di analizzare la realtà o di definire il confine preciso tra “buoni” e “cattivi”, anche perché una rappresentazione tanto manichea risulterebbe immediatamente falsa.

Il modo in cui si sono aperte le inchieste sulle ONG è altrettanto nebuloso. La stessa guardia costiera italiana è stata più volte coinvolta in salvataggi di imbarcazioni affiancate da scafisti e dalla stessa guardia costiera libica (che non ha particolari segni di riconoscimento). Non si comprende dunque perché, proprio ora, debba essere impedito alle ONG di fare lo stesso.

Arriviamo dunque ai protagonisti di questo attivismo persecutorio.

Génération Identitaire, movimento da cui nasce Defend Europe, si racconta attraverso un attivista presente sulla nave, Simon Wald, e il suo leader Martin Sellner di cui è possibile trovare video e dichiarazioni tra i social network. Sembra di fare un salto indietro di venti anni e tornare alle teorie, ormai largamente superate perlomeno a livello accademico, di Huntington relative allo scontro di civiltà, condite con accenti di supremazia europea di matrice neonazista o neofascista. Le differenti etnie vengono definite dall’attivista, con una metafora che avrà fatto rabbrividire generazioni di scienziati sociali, come bevande che se assunte singolarmente hanno un buon sapore e quando miscelate diventano imbevibili. Infine il volo pindarico: tutto questo dovrebbe servire a salvare delle vite. Certo, perché quando avremo innalzato questo muro identitario e impedito definitivamente ai migranti di entrare in Europa, avremo salvato delle vite, che intanto verranno torturate, stuprate, gettate nel deserto, perseguitate e moriranno di fame e di stenti, se saranno così fortunate da arrivare vive fino a quel momento.

L’aspetto più inquietante però non è la presenza di un gruppo tanto estremo, realtà a cui siamo oramai brutalmente abituati, ma la possibilità che esista un collegamento tra gli esponenti di Generazione identitaria e il gruppo di contractor che ha denunciato le anomalie della Iuventa, la nave della Jugend Rettet. In questo senso l’istituzionalizzazione della criminalizzazione della solidarietà umanitaria avrebbe raggiunto un livello più intimo di infiltrazione. Fino a questo momento è stato possibile individuare nei processi di securitizzazione e tecnicizzazione delle operazioni di agenzie come Frontex (Bigo) un consolidamento di pratiche criminalizzanti, ora però l’attenzione si sposta sulle istituzioni stesse che stanno normalizzando la pratica accusatoria contro le ONG.

Il protocollo proposto dal governo italiano, che pone delle limitazioni all’azione delle ONG, sta producendo di fatto una categorizzazione tra le organizzazioni “virtuose” e “criminali”. Sembrerebbe una chiara strategia elettorale, che mette d’accordo elettori di centro-destra e centro-sinistra. Nel mezzo della disputa però troviamo ONG come Medici Senza Frontiere, un attore che, insieme ad Amnesty, Emergency, ActionAid e Oxfam, sta mandando in cortocircuito il tentativo di delegittimazione; a parlare sono anni di operato che non possono essere demoliti dalla strategia del “pugno duro”.

Un salto negli anni Trenta

Non è la prima volta che assistiamo a questo stato di negazione dei diritti umani. Proprio la comparsa di forti masse di immigrati “apolidi” ci dovrebbe ricordare il grande classico di Hannah Arendt su “Le origini del totalitarismo”. La filosofa nel testo ci dice che “il primo grave danno derivante alla compagine dello stato nazionale dall’arrivo di centinaia di migliaia di apolidi fu il venir meno del diritto d’asilo, l’unico diritto che avesse sempre campeggiato come simbolo dei diritti umani nella sfera delle relazioni internazionali”. Se vi guardate intorno, ormai non è più ritenuta accettabile nel quotidiano la nozione di “diritti umani”, ma è giustificata solo la supremazia di un diritto nazionale “dei francesi”, “degli italiani” o “degli europei”. In quanto “fuorilegge”, allora, proprio come gli apolidi degli anni ’30, gli immigrati possono essere internati in campi profughi perché sono espulsi dal consorzio umano. Non sono persone neanche nel gergo mediatico o politico, ma spesso solo dei “clandestini”. Questa segregazione di un gruppo umano la cui unica colpa è quella di esistere è stata il primo passo, nel secolo scorso, di un processo che ha condotto gli individui ritenuti “superflui” verso i campi di sterminio nazifascisti nella sostanziale indifferenza dell’opinione pubblica: “Anche i nazisti (…) prima di azionare le camere a gas, li hanno offerti al mondo constatando con soddisfazione che nessuno li voleva. In altre parole, è stata creata una condizione di completa assenza di diritti prima di calpestare il diritto alla vita”.

Con la disumanizzazione dei morti in mare, “l’immigrato” non è più una persona. In questo, i media e una politica becera hanno avuto un ruolo determinante nell’indirizzare il sentire dei cittadini per la costruzione di un nuovo nemico che sta fuori dalle categorie dello “stato nazionale”.

Le analogie purtroppo non sono finite. Il tentativo del governo italiano di trovare accordi con la Libia, sulla base di quelli già attivi con la Turchia, per respingere o far permanere i migranti in uno stato che non ha mai rispettato la Convenzione di Ginevra, né con Gheddafi, né tantomeno con Fayez al-Sarraj, è deplorevole. In terra libica i diritti umani vengono sistematicamente calpestati e da anni si parla di veri e propri campi di internamento, drammaticamente paragonabili ai campi di concentramento di hitleriana memoria. L’UNHCR può entrare in 13 dei 30 centri di detenzione sotto il controllo di Tripoli e le condizioni sono terribili: assenza di servizi sanitari, totale mancanza di assistenza medica e condizioni di sicurezza praticamente inesistenti, dove risiedono indiscriminatamente donne, uomini e bambini. I migranti ricondotti dalla guardia costiera libica sul territorio africano vengono automaticamente detenuti in queste prigioni. I centri di accoglienza di cui parla il governo italiano non esistono e non esisteranno nel prossimo futuro. Altri centri rimangono in mano alle milizie e ai trafficanti. È il caso, ad esempio, del lager di Sabha, una fortezza nel deserto a sud est della Libia, dove vengono tenuti prigionieri centinaia di migranti provenienti dal centro Africa, Costa d’Avorio – Burkina Faso – Niger – Guinea Bissau, portati lì da trafficanti sotto le vesti di facilitatori di viaggio o rapiti nel deserto. Una volta arrivati vengono torturati, seviziati, stuprati. L’unica condizione di uscita è il pagamento di una quota di liberazione. Chi prova a fuggire, viene ucciso all’istante o lasciato agonizzare in fin di vita.

Una guerra tra poveri
Intanto in Europa, la mancanza di sicurezza civile e sociale sta diffondendo una paura insensata tra i cittadini che fin troppo facilmente si sta trasformando in odio. Il migrante è diventato il bersaglio, suo malgrado, di tensioni interne alla società già fortemente radicate. Eppure la battaglia per i diritti dei migranti dovrebbe essere una battaglia per i diritti di tutti, perché va ad intrecciarsi con la questione dell’uguaglianza e della libertà (Ciniero). In assenza di grandi narrazioni, ci ritroviamo in uno stato di guerra di tutti contro tutti. L’odio e il sadismo verso i migranti diventano strumento di potere nelle mani di quelli che già si trovano in uno stato di deprivazione o che provano “banale” piacere nel farlo. La creazione di qualcuno più in basso di noi, che vale meno di noi, ci innalza di uno scalino: non siamo più ultimi e quindi ci sentiamo più forti.

La guerra tra poveri sembra essere iniziata: la profezia si è auto-avverata. Nella definizione di Merton: «una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità». La creazione dell’illusoria competizione tra migranti e autoctoni ha generato le condizioni di una guerra effettivamente in atto. Ma su quali presupposti?

Basta banalmente confrontare le cifre del costo per l’accoglienza dei rifugiati (69 miliardi di Euro – anche se nello stesso periodo i profughi faranno crescere il Pil di 126,6 miliardi secondo l’economista Legrain) con il costo annuo dell’evasione fiscale nell’UE (mille miliardi di Euro) per comprendere come l’opinione pubblica e la politica si stiano violentemente e pericolosamente mobilitando contro un nemico immaginario; eppure è questa la strada strumentalmente e elettoralmente più conveniente. Chi soffre delle condizioni miserevoli dell’incertezza sociale sta guardando dalla parte sbagliata, sta scagliando tutta la sua frustrazione su un bersaglio illusorio che è stato mediaticamente e con la prossima campagna elettorale lo sarà istituzionalmente, ben costruito, mentre intanto saranno silenziate le battaglie cruciali del nostro tempo: per i diritti, l’uguaglianza, la sicurezza sociale.

Stiamo vagliando il gramo bilancio di vent’anni di crisi, in cui la globalizzazione è rimasta ingovernata ed è stata caratterizzata dal predominio di politiche liberiste prive di regole. La crisi economica ha prodotto disuguaglianze sia orizzontali che verticali approfondendo disparità già presenti nella società continentale e globale: le disuguaglianze orizzontali fanno riferimento al processo redistributivo della ricchezza a scapito del lavoro, del ceto medio e dei giovani mentre quelle verticali denotano l’acuirsi delle distanze economiche tra gli Stati e i loro popoli, per cui le economie più forti hanno prodotto un ulteriore impoverimento all’interno dell’UE.

Non possiamo più permetterci il lusso di disinteressarci, per dirla con le parole di Hobsbawm: “Eravamo sul Titanic, e tutti sapevano che avrebbe urtato contro l’iceberg. Ma nessuno sapeva quel che allora sarebbe successo. Chi avrebbe fornito una nuova nave? Era impossibile rimanere al di fuori della politica”.

Una risposta al nazionalismo e al razzismo

Questo quadro vertiginoso che in poche pagine si è cercato di riassumere non deve rimanere, come speriamo sia chiaro, una litania scomposta in memoria di dolori altrui. Abbiamo attraversato le responsabilità individuali, collettive ed istituzionali di questo presente: ora dobbiamo farne qualcosa.

Al razzismo rispondiamo innanzitutto con la sua illegittimità: non è altro che la presunzione di poter accusare qualcuno di essere nato dalla parte “sbagliata” del mondo. Un mondo che noi europei e occidentali abbiamo contribuito a creare con secoli di contraddittorie e controverse azioni di dominio. Ricordiamo poi che le nazioni, come le razze, non esistono. Gli stessi italiani non sono che un’invenzione. La premessa è la necessaria differenziazione tra stato e nazione: lo stato è un’organizzazione sociale di epoca moderna che si basa sul monopolio della forza su un determinato territorio che si esercita attraverso un sistema coercitivo e burocratico (idealtipo weberiano). Serve però un’idea che faccia da collante per questa comunità sempre più grande, che non è paragonabile ad un piccolo villaggio caratterizzato da rapporti face to face tra i suoi abitanti. Nel passato questa idea era espressa da un re-divino, per cui il potere politico e quello religioso si intrecciavano per proporre un riferimento assoluto e condiviso da tutti. Esempi storici ne abbiamo a non finire, dalla Francia di Luigi XIV all’Egitto dei faraoni. Per buona parte dei secoli scorsi, dunque, al concetto di nazione corrispondeva soltanto il luogo fisico di nascita di una persona (da latino nascor), mentre si viveva tranquillamente in stati multinazionali perché il collante sociale era garantito dalla fedeltà destinata dai sudditi alla dinastia regnante per “grazia di dio”.

Solo dopo la Rivoluzione Francese (Chabod), in epoca dunque relativamente recente, si è realizzata la fusione dell’idea di comunità politica di Rousseau (che rovescia la piramide della legittimità politica, per cui la giustificazione del potere passa da Dio al popolo) con la comunità etnica di Herder (il popolo definito ha una propria soggettività nella storia). Da questo momento i nazionalismi iniziarono a creare le nazioni come strumento di competizione per la lotta egemonica sul continente europeo. Il meccanismo adottato è piuttosto semplice, si basa sullo stesso concetto di identità relazionale, per cui “il noi si fonda sul non essere l’altro”, appellandosi a origini vere o presunte. Negli anni, si sono commessi i peggiori meccanismi di rimozione storica, difatti, per dirla con Renan, “L’oblio, e dirò persino l’errore storico costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione (…). Ora l’essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticato molte altre cose. Nessun cittadino francese sa se è Burgundo, Alano, Visigoto; ogni cittadino francese deve aver dimenticato la notte di San Bartolomeo, i massacri del XIII secolo nel Sud”. L’idea di nazione contemporanea, così come lo stato nazionale, sono cose umane e come tutte le cose umane sono destinate ad avere una fine. Intanto, però, dimenticando di approfondire le origini delle cose, ragioniamo molto pericolosamente trasformando il tradizionale in naturale, cosicché il passo verso l’immutabile è diventato molto breve.

Alla luce di questo ragionamento è una finzione quella che trasforma la nascita di un individuo in appartenente ad una nazione, poiché, al contrario di quel che sosteneva De Maistre, esistono prima di tutto gli uomini e poi i francesi, gli inglesi o tedeschi. Sono proprio gli immigrati che mettono in evidenza il feticcio originario su cui si basa la sovranità moderna di natività/nazionalità, come sottolinea Sayad: “Riflettere sull’immigrazione rinvia a interrogare lo stato, le sue fondamenta, i suoi meccanismi interni di strutturazione di funzionamento: interrogare in tal modo, mediante l’immigrazione, lo stato significa in ultima analisi “denaturalizzare” per così dire ciò che si considera “naturale” nel senso in cui si dice che qualcosa “è naturale” o “va da sé”. La riflessione sull’immigrazione conduce a “re-storicizzare” lo stato e ciò che nello stato sembra colpito da amnesia storica, cioè a ri-ricordarsi delle condizioni sociali e storiche della sua genesi (…). L’immigrazione disturba perché obbliga a smascherare lo stato, a smascherare il modo in cui pensa e si pensa, come rivela il suo modo specifico di pensare l’immigrazione.”

Già alla fine degli anni ’50 a livello accademico era chiara la critica dei surrogati del nazionalismo, come il razzismo o l’idea di “nazione come organismo vivente”. Entrambi si basano sull’idea assurda esposta da Meinecke per cui una nazione debba possedere “un intimo nocciolo naturale nato dalla consanguineità”. Nel 2017 e in Italia, sul fatto che non esistano gruppi umani col sangue “puro” converremo tutti. Se accettiamo il fattore rimanente, cioè che la nazione è solo un meccanismo ideologico di unità che caratterizza il “plebiscito quotidiano” (sempre Renan) della nostra comunità, vediamo come storicamente avvenga un’inversione delle scale di valori tradizionali e la subordinazione di questi ultimi al nazionalismo. Prendiamo la “via nazionale al socialismo”, oggi molto in voga anche nella sinistra euroscettica; se si ammette che si realizzi solo nel quadro nazionale la battaglia per il sociale difendendo i lavoratori occidentali privilegiati rispetto a centinaia di milioni di persone che vivono sotto la soglia della povertà, avremo posto il valore nazionale al di sopra di quello sociale. Allo stesso modo, se il liberale fedele alla nazione sacrifica in favore della sicurezza di essa le libertà economiche o individuali, o il cristiano vede prima uno “straniero” che un essere umano, quest’ultimi saranno nazionalisti prima che liberali o cristiani.

Finché eravamo nell’800 questo sistema di ragionamento poteva reggere, ma in un mondo globalizzato e interdipendente non possiamo più permetterci di pensare con categorie di due secoli fa. È pericoloso perché non saremo in grado né di comprendere e né di governare il nostro futuro come umanità, lasciando la porta aperta alla degenerazione dei nazionalismi. In questo senso, come europei dovremmo rivedere persino il concetto di etnia perché abbiamo appurato che è impossibile categorizzare un gruppo umano sulla base del mito statico dell’origine (Aime). L’antropologia non ha dato risposte certe sull’identificazione dei gruppi tribali, ma ha almeno spostato l’attenzione sull’essenza politica dell’appartenenza etnica. Per dirla con Cuisenier, la via d’uscita potrebbe essere il riprendere l’esempio degli antichi greci, i quali, “insegnano che l’etnicità di un popolo, ciò che gli consente di avere un’identità di popolo, non risiede né nella lingua né nel territorio né nella religione né in questa o quella peculiarità, ma nel progetto e nelle attività che conferiscono un senso alla lingua, al possesso di un territorio, alla pratica di usanze e riti religiosi”. È ciò che facciamo che determina ciò che siamo, è la scelta di essere una comunità di destino che ci permette di agire come tale.

Quella comunità di destino può essere finalmente pensata almeno a livello europeo ed è possibile determinarne dei passaggi essenziali non più rimandabili. Come scrive Sartre nella prefazione de “I dannati della terra” di Fanon: “Voi, così liberali, così umani, che spingete l’amore della cultura fino al preziosismo, fate finta di dimenticare che avete colonie e che là massacrano in vostro nome. Fanon rivela ai suoi compagni – a certuni di loro, soprattutto, che restano un po’ troppo occidentalizzati – la solidarietà dei «metropolitani» e dei loro agenti coloniali. Abbiate il coraggio di leggerlo: per questo primo motivo che vi farà vergogna e la vergogna, come ha detto Marx, è un sentimento rivoluzionario. Vedete: anch’io non posso sciogliermi dall’illusione soggettiva. Anche io vi dico: «Tutto è perduto, a meno che…» Europei, io rubo il libro d’un nemico e ne faccio un mezzo per guarire l’Europa. Approfittatene.”

Forse partendo dal coraggio di leggere la storia universale da una lente più ampia di quella europea e mettendo in discussione quella stessa lente, provando quel sentimento rivoluzionario di vergogna, potremo ricominciare a lottare per quel processo in divenire che è l’Unione Europea, costituzionalizzando finalmente valori non più contrattabili.

Come si formulano dunque questi passaggi concreti per invertire il flusso della storia che così pericolosamente ci sta riportando dentro le viscere del Secolo Breve?

(In)Conclusioni

Nessuno di noi ha la verità in tasca. Possiamo però fare alcune proposte concrete, che costruiscono un filo rosso tra l’Europa e il singolo lettore. Innanzitutto occorre un’organica politica di dimensione europea di accoglienza dei migranti con l’istituzionalizzazione di corridoi umanitari che permettano canali sicuri di arrivo; una politica europea che affronti l’instabilità dell’Africa e del Medio Oriente e che segua il criterio ispiratore del Piano Marshall, con un piano di investimento nei campi dell’economia e della sicurezza civile e sociale al fine di sostenere un progressivo miglioramento in termini di pacificazione, integrazioni regionali e sostegno allo sviluppo. L’Unione Europea potrebbe in questo modo ricoprire un ruolo decisamente diverso da quello della Cina o della Russia in Africa, avviando un’azione positiva che bilanci gli strumenti della cooperazione finanziaria con quelli per rafforzare la governance democratica anche, se necessario, attraverso un taglio del debito del Terzo mondo (utilizzato spesso come strumento di ricatto neocoloniale dagli stati).

In merito alla prima proposta, è necessario affrontare concretamente le sfide di un corretto inserimento e dell’indispensabile inclusione sociale dei migranti, con un sistema che sappia spiegare ai cittadini europei le opportunità rappresentate dal loro arrivo. Per cambiare la prospettiva criminalizzante e di allarme continuato sarebbe necessaria una revisione del Regolamento di Dublino che sia fondata su un approccio che consideri la politica migratoria e di asilo come una risposta ad una crisi strutturale e non emergenziale, che escluda meccanismi coercitivi, che introduca i principi del percorso, dell’esperienza professionale e delle aspirazioni dei richiedenti asilo, che preveda l’applicazione del contributo di solidarietà non solo nel caso di autosospensione dal sistema ma anche di mancata esecuzione delle decisioni in materia di ricollocazione.

Allo stesso tempo, è indispensabile mettere in discussione lo stesso vocabolario con cui è narrato e normato il fenomeno migratorio; le “parole di stato” (Zanfrini) che denotano il migrante legittimo da quello illegittimo (profugo/clandestino) sono costruzioni arbitrarie che descrivono e preformano le relazioni e le gerarchie all’interno della nostra società. Hanno ricadute sul livello di accettabilità sociale del migrante, sull’ammissibilità di alcuni dispositivi politici, normano il tono della convivenza interetnica, influenzano la percezione collettiva del fenomeno. La riformulazione giuridica dovrebbe essere l’ultimo passaggio di una lotta discorsiva e istituzionale sul significato profondo di queste distinzioni e sulla loro ammissibilità etica. È anche nella battaglia per la ridefinizione di questi confini discorsivi che si colloca la possibilità del cambiamento.

Sono passati più di venti anni dal celebre testo di Sayad “La doppia assenza”, con cui l’autore descriveva la sensazione paradossale del migrante di vivere in un limbo, lontano dalla sua società e mai davvero incluso in quella d’arrivo. La doppia assenza è forse ancora più evidente in un’Europa che non è in grado di colmare questo assordante vuoto sociale, individuale e collettivo, e che non sta rispondendo al bisogno di trovare una traduzione istituzionale alla complessità del fenomeno migratorio irriducibile al binomio semplificatorio accoglienza/respingimento.

L’obiettivo dovrebbe essere quindi quello di combinare un’azione di politica interna ed una di politica estera perché un’Agenzia Europea d’asilo e i programmi di resettlement non bastano.

Purtroppo al vertice del 28 agosto tenutosi a Parigi tra Paolo Gentiloni, Emmanuel Macron, Angela Merkel, Mariano Rajoy con la presenza di Idriss Déby, presidente del Ciad, Mahamadou Issoufou, presidente del Niger, il capo del governo libico, Fayez El Sarraj e dell’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, Federica Mogherini, è stato confermato il consolidamento di un approccio esternalizzante, il cui obiettivo principale rimane quello del respingimento e del trattenimento dei migranti sul continente africano;  gli unici accenni sul fronte europeo fanno riferimento ad una qualche revisione del regolamento di Dublino. Al contempo, la creazione di alcuni centri di ricollocamento in Niger e Ciad per permettere richieste di asilo in loco, riguarderà un numero esiguo di domande e inciderà solo minimamente sul fenomeno tout court; l’intento principale rimane scoraggiare la partenza dei migranti o il tentativo di ottenere una protezione internazionale.

Le risposte dunque continuano ad articolarsi solo sul fronte del contenimento del fenomeno, mentre tutto tace in merito ad un nuovo modello di cittadinanza, all’accoglienza, all’inserimento nel mondo lavorativo e sociale, alla garanzia dei diritti sia sul piano internazionale che europeo.

L’aspetto più preoccupante è che la diminuzione degli sbarchi nel mediterraneo è apprezzata e celebrata dalla comunità internazionale e dal governo italiano. Eppure basta interrogarsi sulle possibili cause per mettere in discussione la legittimità di questo “successo”: una maggiore aggressività dell’azione della Guardia costiera libica, le politiche adottate dal ministro dell’Interno Minniti, la possibile azione di una milizia a ovest di Tripoli che avrebbe iniziato a fermare le partenze dei migranti. La giornalista italiana Francesca Mannocchi ha scritto su Middle East Eye che gruppi armati libici stanno fermando le navi dei migranti in cambio di aiuti e denaro promessi dall’Italia. Se i trafficanti avevano un prezzo nel business delle partenze, potrebbero avere un ruolo altrettanto cruciale in quello dei respingimenti. Tutto questo non può essere banalizzato nell’ipocrita celebrazione del risultato “numerico”.

D’altro lato, per uscire dal pericolo reale di una «guerra tra poveri», sarebbe necessario smettere di fare una battaglia politica sullo “zero virgola” per quanto riguarda le possibilità di fare deficit sul piano nazionale. Il problema non è il dito, ma la luna: il rilancio dello sviluppo per uscire dalla crisi economica va fatto sul piano continentale, attraverso un serio cambiamento istituzionale. È in Europa che deve essere pensata la tutela del lavoratore e non solo del capitale. Per avere dei risultati concreti servirebbe però un’Europa in grado di superare i suoi dissidi interni, politicamente forte, dotata di una politica estera, economica e fiscale unica e non ostaggio di alcuni governi colti da una deriva sempre più autoritaria. Per questo possiamo solo sperare in una riforma del meccanismo istituzionale dell’area euro che crei gli strumenti necessari per far fronte a queste sfide politiche.

Cerchiamo quindi di arrivare alla conclusione di questo incompleto excursus, che riesce a rendere solo una minima parte della complessità del nostro presente, rivolgendoci direttamente al lettore che non ha un incarico istituzionale o non amministra una ONG.

In molti, alla fine di questa lettura, diranno: “tutto questo non può dipendere da noi, ma dalla mancanza di soluzioni stabili sul piano europeo e dalla miopia dei nostri leader politici”. È vero, ma ognuno è anche responsabile individualmente delle proprie scelte. Salvare la civiltà europea in declino comincia proprio da qui. Nei momenti di crisi dobbiamo essere capaci di resistere e riflettere anche singolarmente con i nostri valori più alti che rappresentano (o dovrebbero rappresentare) la libertà, la democrazia, l’unità e la solidarietà. Dobbiamo decidere che mondo lasciare alle prossime generazioni. Per dirla con un’immagine che ha dipinto Altiero Spinelli: “Nella storia della civiltà il bene comune è stato, di volta in volta, la città-stato, l’impero, la classe, la nazione. Ci troviamo alle soglie di un’epoca in cui il bene comune può finalmente essere concepito come quello dell’umanità intera. Tocca ai federalisti tradurre queste indicazioni culturali in azione”. Diamo una speranza alle persone, ai corpi intermedi di stati nazionali in crisi: eleviamo l’asticella dell’impegno sul piano continentale come primo passo per acquisire una consapevolezza globale. Solo così inizieremo a comprendere ed a governare la globalizzazione, perché al momento la sovranità è saldamente in mano a stati nazionali che Einaudi definiva già decenni fa impotenti e “polvere senza sostanza”.

Non lottiamo per un mondo utopico, ma almeno dobbiamo iniziare a batterci per il migliore dei mondi possibili.