Un classico brocardo latino, dettato dall’esperienza che ha accompagnato i secoli scorsi, quando non esistevano le analisi dei gruppi sanguigni e non si sapeva ancora dell’esistenza del DNA, ci ha a lungo ricordato che “mater semper certa est, pater numquam”, volendo significare che, se era sempre agevole individuare la madre di un soggetto, non altrettanto poteva dirsi quanto alla paternità.

Applicando questo principio alla c.d. “deforma” costituzionale, è quindi agevole individuare nell’attuale presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e nel ministro Boschi la maternità congiunta della nuova Costituzione, della quale la splendida coppia sta forzando la nascita col forcipe dell’imbroglio mediatico rappresentato dal quesito farlocco, stampato sulla scheda di votazione che da mesi tracima da tutti gli schermi televisivi, nonostante il tentativo di farlo modificare per mano di una magistratura amministrativa che ha sin qui evitato di affrontare il merito della questione, trincerandosi dietro un difetto assoluto di giurisdizione, che in qualche modo fa venire in mente la vicenda del mugnaio di Potsdam, che comunque, alla fine, un giudice finì per trovarlo nella stessa persona dell’imperatore Federico, non per niente detto il Grande.

Ora, se vogliamo individuare la reale paternità che sta all’origine della “deforma” costituzionale che ha avvelenato gli ultimi anni di questa legislatura, per altro nata da un trucco legislativo censurato dalla Corte Costituzionale, occorre farsi prendere da qualche ulteriore curiosità andando a spigolare qua e là sugli avvenimenti che hanno preceduto e accompagnato questa singolare vicenda.

Ed è ciò che abbiamo provato a fare, mettendo in fila le notizie che ne hanno dato di volta in volta atto, senza tuttavia trovare in una narrazione sequenziale il loro chiaro e univoco significato; forse non ne emerge la stessa certezza al 99,99%, che oggi caratterizza l’analisi del DNA, ma tutto fa credere che ci siamo vicini.

Per quel che se ne sa, la storia sembra essere cominciata il primo giugno del 2012, allorché Jamie Dimon, amministratore delegato della banca d’affari statunitense JP Morgan, organizza una cena a palazzo Corsini di Firenze, invitando il sindaco Matteo Renzi e l’ex primo ministro inglese Tony Blair, ormai da quattro anni consulente speciale della banca, con compenso multimilionario.

Ci sono anche altri ospiti, e quindi non c’è modo di parlare tranquillamente, cosicché i due si danno appuntamento per il giorno dopo all’Hotel St Regis, dove pranzano insieme a due renziani doc come Marco Carrai e Giuliano da Empoli, tuttora attivi nel giglio magico.

Siccome non c’eravamo, non sappiamo cosa si siano detti; è quindi anche possibile che abbiano parlato del più e del meno, magari del tempo, che in quella tarda primavera era a Londra particolarmente caldo; tuttavia, trattandosi di un incontro non casuale, ma reciprocamente cercato e voluto, e anche alla luce delle vicende che ne sono seguite, ci viene il dubbio che abbiano discusso di ben altro.

Dopo quella riunione conviviale, ciascuno dei due torna alle sue abituali occupazioni, Renzi a fare il sindaco di Firenze, proiettato, com’era già allora, nel tentativo di scalare il vertice del governo in occasione delle primarie autunnali propedeutiche alle elezioni del 2013, e Blair impegnato, in giro per il mondo, a fare il suo lavoro di consulente ben retribuito per conto di JP Morgan.

Nel frattempo in Italia la situazione politica precipita verso le elezioni; il governo Monti è arrivato al capolinea, la legislatura si scioglie e alle elezioni politiche del febbraio 2013 la coalizione PD-SEL, sfruttando l’abnorme premio di maggioranza previsto dal “porcellum”, ottiene la maggioranza alla Camera, ma non al Senato.

Resta sostanzialmente al palo la neonata coalizione messa insieme dal premier uscente Mario Monti, che ottiene un buon risultato, tuttavia insufficiente per integrare quello del PD al Senato, mentre il Movimento 5Stelle diventa il primo partito italiano con oltre il 25% dei voti; questo inedito quadro scaturito dalle elezioni fa saltare la previsione della costituzione di una coalizione tra la maxi- coalizione di sinistra e la mini-coalizione di centro, mentre il Movimento 5Stelle sta a guardare.

L’incertezza politica è aggravata dalla scadenza del settennato di Napolitano, prevista a metà maggio, in vista della quale si consuma, tra il 18 e il 20 aprile, l’oscura vicenda segnata dalla caduta della iniziale candidatura di Franco Marini (apertamente osteggiata da Renzi, che in tal modo si procura un inossidabile alibi per bruciare qualsiasi successivo candidato che non sia quello da lui realmente voluto), e dal fallimento della candidatura di Romano Prodi (su cui Renzi, senza entusiasmo, sembra d’accordo); ne seguono le dimissioni di Bersani da segretario del PD, i cui beneficiari finiscono per essere Napolitano (a Renzi graditissimo), rieletto a furore di Parlamento, per un secondo inedito mandato, ma anche lo stesso Renzi, che può così iniziare senza ostacoli la nuova corsa verso la segreteria di un partito che è ormai allo sbando, avendo contemporaneamente perso il suo segretario e il suo candidato naturale alla Presidenza della Repubblica, coi vari leaderini correntizi impegnati nella frenetica gara a salire per primi sul carro del preannunziato vincitore.

Il 22 aprile Napolitano pronunzia dinanzi al Parlamento il suo discorso d’insediamento, in cui, rinviando agli elaborati emessi dall’apposito gruppo di studio che lui stesso aveva insediato, afferma tra l’altro che “imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario”.

Incredibile a dirsi, ma proprio lo stesso giorno, in un’intervista a “La Stampa”, il sindaco Renzi si ricorda del suo amico Blair e si lascia andare a un’affermazione particolarmente significativa, affermando tra l’altro che: “Blair … è un punto di riferimento straordinario. Adoro una sua frase: Amo tutte le tradizioni del mio partito, tranne quella di perdere le elezioni”.

Dopo l’insediamento di Napolitano, la politica riprende il suo corso con l’inutile tentativo di Bersani di trovare una maggioranza al Senato, e con la successiva formazione del governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta, che alla fine di aprile ottiene la fiducia delle due Camere.

Ed è a questo punto, meno di un mese dopo, che ricompare sulla scena politica (anche) italiana la banca JP Morgan, che, il 28 maggio, emette un corposo documento di sedici pagine, dal titolo: La regolazione della zona Euro: circa a metà strada, in cui sostanzialmente si afferma che le costituzioni del sud Europa sono troppo democratiche e vanno cambiate; alle pagine 12-13,vi si può leggere, in particolare quanto segue:

I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”……. “I sistemi politici e costituzionali presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo.”….. “La prova decisiva sarà l’anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente un’opportunità di impegnarsi in significative riforme politiche. …. Il processo di riforme politiche è appena iniziato”; sembra quasi di legge il programma dell’attuale governo”.

Appena il giorno dopo, il 29 maggio, inizia il tentativo di modificare la nostra Costituzione introducendo una singolare deroga alla procedura di revisione costituzionale prevista dall’art. 138; la Camera approva la mozione Speranza ed altri con cui si delibera di istituire una Commissione bicamerale (20 deputati e 20 senatori) incaricata di redigere entro 18 mesi, in sede referente, un progetto di revisione dei Titoli I, II, III e V della Costituzione, da trasmettere poi alle Camere per l’approvazione definitiva, e salva restando la possibilità di successivo referendum confermativo.

Il 4 giugno, a tamburo battente, Letta istituisce un comitato di 35 esperti incaricati di individuare le riforme da sottoporre a quell’inedita commissione bicamerale, e il 10 giugno viene depositato in Senato il DDL costituzionale di deroga all’art. 138, poi approvato, in prima lettura, l’11 luglio dal Senato e il 10 settembre dalla Camera, e poi ancora il 23 ottobre dal Senato in seconda lettura, per essere poi trasmesso alla Camera per la definitiva approvazione: un iter velocissimo, che fa giustizia delle critiche che siamo continuamente costretti ad ascoltare sulle presunte lungaggini del bicameralismo paritario.

Mentre il Parlamento lavora senza sosta per ottemperare ai suggerimenti di JP Morgan, il 21 ottobre Renzi vince le primarie per la segreteria del PD, e due giorni dopo, durante l’annuale riunione renziana all’ex stazione Leopolda di Firenze, afferma tra l’altro che “ci vuole una legge elettorale educativa” (sic !), mentre il 19 novembre l’Ambasciata USA avvisa Washington di possibili “riorganizzazioni” nelle dinamiche del Governo italiano.

E a questo punto ricompare sulla scena Tony Blair, che il 10 dicembre, in una dichiarazione a ADN Kronos, commenta entusiasticamente l’elezione di Renzi a leader del PD affermando che “Renzi rappresenta uno spirito di ottimismo e speranza per l’Italia e per l’Europa….. combina questo spirito di ottimismo alla capacità … di analizzare i temi e comprendere le sfide … è un vero politico progressista e gli auguro tutto il meglio”.

Ed è proprio qui che accade qualcosa che segna l’inizio della fine per il governo Letta; l’11 dicembre, durante l’intervento alla Camera sulla nuova fiducia al suo governo, dopo che Berlusconi ha abbandonato la coalizione, Letta comunica che il mutamento di situazione politica non consente di condurre in porto la deroga all’art. 138, e propone il ritorno alla normale procedura di revisione costituzionale “su quattro obiettivi di cambiamento. Il primo: la riduzione del numero dei parlamentari…. Il secondo: l’abolizione delle province dalla Costituzione ……..Il terzo: la fine del bicameralismo perfetto, con un’unica Camera che dia la fiducia e faccia le leggi e l’altra ….. di raccordo con le autonomie; Il quarto: una riforma del Titolo V della Costituzione che …. chiarisca le responsabilità di ciascun livello di governo, limitando al massimo quelle concorrenti in favore della competenza esclusiva dello Stato oppure delle regioni”.

È tuttavia evidente che, a questo punto, il disegno “deformatore” ha subito una pesante battuta d’arresto, occorre ricominciare tutto daccapo e Letta non appare più politicamente affidabile per il risultato che il PD vuole conseguire; ha fallito e viene scaricato.

Il 7 gennaio del 2014 viene reso noto un documento di UBS (Unione Banche Svizzere, la c. d. banca per le banche), in cui si può leggere, tra l’altro, che in Italia, “a meno che Matteo Renzi riesca a modificare sostanzialmente il percorso delle riforme …, ci sarà probabilmente meno spazio di manovra per negoziare il suo bilancio 2015 con la Commissione europea… limiterà il margine di manovra almeno per il bilancio 2015, a meno che Matteo Renzi non riesca a modificare il percorso di riforma”.

Insomma, Renzi è soltanto il segretario del suo partito, a Palazzo Chigi siede ancora Letta, ma UBS parla di Renzi come se fosse il premier in carica, dal quale si aspetta che porti a termine le riforme che Letta non era riuscito a fare approvare.

Il balletto dialettico tra il premier e il segretario del suo partito prosegue sino al 17 gennaio, allorché Renzi cinguetta su twitter, all’indirizzo di Letta, il famoso hastag “enricostaisereno”, destinato a restare come esempio emblematico di doppiezza politica.

Ma Letta è tutt’altro che sereno, e il 12 febbraio, nell’estremo tentativo di assicurare continuità al suo governo, rende ufficiale un corposo documento denominato “Impegno Italia”, in cui prende ufficialmente 50 impegni programmatici, individuando strumenti, responsabilità e tempistica; mal per lui, perché quel documento non prevede alcunché sul piano delle riforme istituzionali, e quindi non basta, se è vero che il giorno dopo la Direzione del PD licenzia il governo Letta, approvando un documento in cui s’invitano “gli organismi dirigenti … ad assumersi tutte le responsabilità di fronte alla situazione che si è determinata … , portando a compimento il cammino delle riforme avviato con la nuova legge elettorale e le proposte di riforma costituzionale riguardanti il Titolo V e la trasformazione del Senato della Repubblica e mettendo in campo un programma di profonde riforme economiche e sociali…. “.

Le dimissioni di Letta seguono il giorno dopo, e il 17 febbraio Napolitano affida a Renzi l’incarico di formare il Governo.

Appena due ore dopo, come un fiume carsico, ecco ricomparire sulla scena Tony Blair, il quale si complimenta con Renzi, affermando che “i leader europei dovrebbero sostenere pienamente Matteo mentre assume la responsabilità per il futuro del suo Paese”; e il primo aprile l’ambasciatore italiano a Londra Pasquale Terracciano organizza una cena tra i due, che poi si appartano e continuano a discutere in privato; ancora una volta, difficile che parlino del tempo.

Il giorno dopo, in un’intervista a “Repubblica”, Blair afferma che “Renzi comprende perfettamente la sfida che ha di fronte. Se facesse solo dei piccoli passi rischierebbe di perdere la spinta positiva con cui è partito. Perciò c’è una coerenza tra il suo programma di riforme costituzionali e le riforme strutturali per rilanciare l’economia”.

E tanto Renzi comprende l’antifona, che una settimana dopo, l’8 aprile, presenta il ddl di riforma della Costituzione, che due anni più tardi, il 12 aprile del 2016, in un’aula disertata dalle opposizioni, otterrà dalla Camera, a maggioranza assoluta ma non qualificata, il definitivo voto parlamentare.

Nel frattempo, il 4 maggio dell’anno precedente, era toccato alla stessa Camera, subendo la forzatura di ben tre questioni di fiducia, di approvare definitivamente l’italicum, la nuova legge elettorale “educativa” che Renzi aveva promesso agli italiani sin dal novembre 2013.

Il resto è cronaca di queste settimane, da cui apprendiamo, tra l’altro, che la finanza internazionale si appresta a incassare un sostanzioso dividendo attraverso l’ingombrante e costosa (da un minimo di 250 MLN a un massimo di 1,7 MLD) intermediazione di JP Morgan (toh ! chi si rivede!) nel c.d. salvataggio del Monte dei Paschi di Siena, in termini che hanno suscitato gli inquietanti e circostanziati interrogativi dell’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli (“CorSera” 3 ottobre) e del Presidente della Commissione Industria del Senato, il PD Massimo Mucchetti (“Il Fatto Quotidiano”, 3 ottobre)

A questo punto, il disegno “deformatore” può dirsi compiuto, e si tratta ora solo di provare a demolirlo coi pochi, ma decisivi, strumenti di cui i cittadini possono disporre in uno Stato di diritto, quale ancora ci illudiamo sia ancora il nostro.

Strumenti giudiziari, per i quali sono in corso le molteplici iniziative che hanno sinora portato ben cinque Tribunali a sollevare dinanzi alla Consulta numerose questioni di legittimità costituzionale dell’italicum; e strumenti popolari, che vedono gli italiani direttamente impegnati in una salutare operazione di aborto terapeutico, per non fare nascere quel mostriciattolo costituzionale che la singolare coppia Renzi-Blair sta tentando di affibbiarci per avvelenare la nostra vita istituzionale dei prossimi decenni.

Diamo una mano, e il 4 dicembre votiamo NO, come si meritano.

Enzo Palumbo – Critica Liberale, 29 novembre 2016

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