Istat. Effetto Jobs Act. Record di senza lavoro tra i giovani fino ai 24 anni. Boom del lavoro a termine e tra gli over 50. Il tasso di disoccupazione generale a dicembreè tornato al 12%. Più del 75% dei nuovi contratti è a tempo determinato, segno che quando si creano nuovi posti di lavoro questi sono fragili ed incerti
L’unico 40 per cento raggiunto dalle politiche di Matteo Renzi è quello della disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni. A dicembre il tasso è nuovamente balzato al 40,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali sul mese precedente. È il livello più alto raggiunto da giugno 2015. Quello ufficiale è tornato al 12%, in rialzo di 0,4 punti su dicembre 2015, il più alto da giugno 2015, quando era al 12,2%.
I DATI FORNITI DALL’ISTAT confermano il bilancio della «Renzinomics» a quasi due mesi dalle dimissioni del rottamatore da Palazzo Chigi. La più grande distribuzione di ricchezza pubblica verso le imprese che la storia italiana ricordi – circa 20 miliardi di euro spesi in tre anni per la decontribuzione dei nuovi assunti – hanno prodotto i seguenti risultati: un boom del lavoro a termine sull’anno (+155 mila con una crescita del 6,6%) e dell’occupazione dei lavoratori over 50 (+410 mila). Nello stesso periodo l’occupazione è crollata di 149 mila unità nella fascia teoricamente più «produttiva» tra i 35 e i 49 anni e di 20 mila unità tra i 25 e i 34 anni.
L’AUMENTO DEGLI OCCUPATI pari a 242 mila unità sull’anno va dunque contestualizzato: solo 111 mila sono «permanenti», la maggioranza è precaria e rispecchia la spaccatura tra under 24 e over 50 che caratterizza il mercato del lavoro italiano. Questi dati vanno ribaditi dal momento che dal governo per bocca del ministro del lavoro Poletti (ieri a Parigi dalla collega Miriam El Khomri, autrice della legge più odiata di Francia, la Loi Travail) si continua a fare finta di nulla. A parere di Poletti, da quando esiste il renzismo ci sono «602 mila occupati in più a partire dal febbraio 2014, 440 mila dei quali sono lavoratori stabili».
L’ISTAT CONFERMA anche la forte diminuzione degli inattivi: 478 mila in meno. Questo dato è di solito considerato positivo: significa che chi non cercava lavoro nel 2016 è entrato nelle file dei disoccupati. Questo non significa che ne ha trovato uno, e infatti il tasso di disoccupazione è aumentato. Significa che l’impoverimento medio delle famiglie italiane è aumentato e ha spinto coloro che prima non cercavano lavoro, pur avendone bisogno, a cercarlo. Non è escluso che nei prossimi mesi il tasso dell’inattività tornerà a crescere, dato che sul mercato non si trova occupazione fissa e quella che esiste è sempre più precaria, in nero e voucherizzata.
È IL SEGNO DELLA STAGNAZIONE in cui si trova il mercato del lavoro dopo due anni di trattamento renziano. Il dato che conferma una simile situazione è quello del tasso di occupazione: 57,3%,invariato rispetto a novembre e in aumento di 0,7 punti su dicembre 2015. Sono aumentati i lavoratori dipendenti (+52 mila), e in particolare quelli precari, mentre prosegue il crollo delle partite Iva: meno 52 mila. Uno dei peggiori risultati a livello dell’Eurozona. È l’effetto Jobs Act che può essere considerato uno strumento per la ri-subordinazione del lavoro all’interno del perimetro sempre più ristretto e precario del poco lavoro disponibile nel nostro paese.

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